Nome: Bud Spencer
Vero nome: Carlo Pedersoli
Data di nascita: 31/10/1929
Segno Zodiacale: Scorpione
Luogo di nascita: Napoli
|
Carlo Pedersoli nasce a Napoli da famiglia benestante. Sin dalle elementari si nota la sua
predisposizione per il nuoto: diventa membro di un club di nuoto e vince subito alcuni premi.
Nel 1940 per lavoro e' costretto a spostarsi a Roma e quindi la famiglia deve ricominciare da zero;
Carlo inizia le scuole superiori e le conclude con il massimo dei voti. Contemporaneamente entra a
far parte di un club di nuoto romano. Continua a studiare all'universita', corso di laurea in chimica. Ma nel 1947 la famiglia e' costretta a spostarsi in Sud America e quindi deve lasciare l'Universita'. A Rio de Janeiro lavora in una catena di montaggio, a Buenos Aires lavora come bibliotecario ed infine come segretario dell'ambasciata italiana in Uruguay. Il club di nuoto al quale si era iscritto lo reclama e quindi Carlo rientra in Italia, diventando campione di rana. Approfitta del suo rientro in Italia per continuare a studiare e si iscrive a Giurisprudenza. Inizia anche a recitare nel cinema, ottenendo il ruolo di una guardia imperiale nel famoso film Quo Vadis . Intanto partecipa anche alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952 come membro del team italiano (anche nella squadra di pallanuoto), che diviene campione europeo. Dopo le Olimpiadi con altri promettenti atleti viene invitato alla Yale University in USA. Trascorre alcuni mesi negli Stati Uniti e poi, quattro anni dopo, ottiene l'undicesimo posto alle Olimpiadi di Melbourne. Riesce inoltre a laurearsi in Giurisprudenza. Ad un certo punto non sopporta piu' i ritmi stressanti dell'attivita' agonistica del nuoto e decide di cambiare vita: ritorna dalla famiglia nel Sud America e lavora come operaio per la costruzione della strada che collega Panama a Buenos Aires, poi in una fabbrica di automobili. Nel 1960 rientra in Italia e sposa Maria Amato, figlia di uno dei piu' importanti produttori cinematografici italiani. Non e' interessato alla carriera cinematografica e quindi si dedica ad altre attivita': compositore di canzoni per vari cantanti italiani e successivamente produttore di documentari per la RAI. Nel 1967 un suo vecchio amico, Giuseppe Colizzi, gli offre una parte in un film, recitando con Mario Girotti, in arte Terence Hill, il film Dio perdona, io no. Per fare colpo decidono di cambiare i nomi, creando dei nomi d'arte "stranieri". Carlo sceglie "Bud" (in inglese bocciolo) in linea con la sua figura possente e "Spencer" in quanto fan di Spencer Tracy. È l`inizio di un connubio vincente, nel genere western all`italiana, con spassosissime scene che lanciano il duo artistico nella hit parade cinematografica creando un nuovo tipo di western, chiamato spaghetti western. Il 1970 è il successo di Lo chiamavano trinita' , con il suo seguito Continuavano a chiamarlo trinita'; continua lo strepitoso successo con Piu' forte ragazzi, Altrimenti ci arrabbiamo e Porgi l'altra guancia. Nel 1973 gira Piedone lo sbirro . Nel 1977 esce Lo chiamavano Bulldozer . Continua il successo con I due superpiedi quasi piatti, Pari e dispari ed Io sto con gli ippopotami. Purtroppo il successo termina con Botte di Natale, film che non ottiene il successo sperato. Per lungo tempo, in silenzio, dietro le quinte, ha coltivato un bellissimo rapporto di stima e affetto con Federico Fellini, che lo sognò Trimalcione per il suo Satyricon. Già, Carlo. Bud Spencer, per Olmi e il suo Cantando dietro i paraventi rispolvera il suo vero nome, Pedersoli, e si presenta vestito da capitano portoghese di lungo corso con barba e capelli lunghi e bianchissimi, in una bella storia nella Cina imperiale di fine 800. Ha avuto tutto e il tutto se lo è meritato. Solo l’Italia dei premi lo ha sempre snobbato. Ecco l’occasione giusta per risarcirlo. |
Il cinema italiano sta godendo di un momento florido, grazie a prodotti di sicuro valore, per quanto forse in numero ancora ridotto perché sia possibile che si affacci con maggiore spavalderia sulla scena internazionale. Le delicate riflessioni dell’Ozpetek de Le fate ignoranti e La finestra di fronte, l’ironia e la positività che Avati dipinge ne Il cuore altrove, le suggestioni messe in scena da Salvatores nell’ultimo Io non ho paura, l’omaggio che Monteleoni ha dato del silenzioso, dignitoso eroismo dei nostri soldati sul campo di El Alamein, senza dimenticare il vigore di Muccino e gli spaccati di realtà raffigurati dalla Comencini e da Piccioni e l’ormai onnipresente Robertone Benigni – troppo vituperato Pinocchio, lavoro in cui è palpabile la piena partecipazione del piccolo diavolo, che, rileggendo l’opera di Collodi con i propri occhi, ha forse fatto il regalo più bello al suo indimenticabile maestro e amico Federico Fellini –: solo alcune delle emozioni che il cinema nostrano ci ha regalato nel passato prossimo. Accanto a questa schiera di giovani e meno giovani registi, il nostro cinema gode di alcuni veri e propri maestri, come Scola, lo stesso Avati ed Ermanno Olmi. Qualcuno, durante il festival di Venezia, preannunciando l’uscita di “Cantando dietro i paraventi”, l’aveva definito l’ennesimo regalo che Olmi avrebbe fatto al cinema e al pubblico di questo. La definizione è perfetta. Uno splendido episodio del passato storico e letterario cinese diventa, per Olmi, l’occasione di riflettere sul senso della guerra e del perdono. I toni cupi e freddi che ne Il mestiere delle armi accompagnavano l’incedere deciso, quasi ineluttabile del capitano Ioanni de’Medici lasciano il posto a un’atmosfera fatta di paesaggi ricchi di colore e di vita, neanche troppo lontani da noi (si pensa alla Cina e invece, al di là della cinepresa, si estende la Croazia) superbamente fotografati dal figlio Fabio Olmi e dal suo staff: la cinepresa coglie meravigliosamente la splendida, improvvisa fuga dei gabbiani dalla superficie dell’acqua. Nell’intreccio si mescolano cinema, teatro e narrazione pura, quest’ultima affidata alla voce del redivivo, bravissimo Bud Spencer, pirata gentiluomo, filibustiere spagnolo – nazionalità, questa, sapientemente eletta dagli autori: l’inconfondibile vocione di Piedone, caracollante tra castigliano e italiano, precisamente come “zoppicherebbe” tra il cinese e la madrelingua, dona una patina di ulteriore esotismo al racconto, che ne è già ricco. Sullo sfondo di una Cina saggia e corrotta, intrepida e lavoratrice, si consuma la tragedia della protagonista, il cui compagno, ammiraglio della più terribile flotta corsara che mai abbia solcato i mari, è avvelenato a tradimento da affaristi senza scrupoli che già si erano avvalsi delle sue scorrerie per arricchirsi a spese dell’Impero. Lei, per vendicarne la morte, ne raccoglie le spoglie e l’eredità, diventando il nuovo terrore di tutti i mari. Attraverso l’obiettivo, Olmi trasforma le immagini in poesia, e, narrando le gesta dei pirati, canta un’epopea fatta di coraggio e avventura, di scorrerie ma anche di onore e di rispetto: se gli assalti ai villaggi dei poveri abitanti delle coste ci lasciano interdetti, soprattutto perché ricordano le efferatezze compiute dai nuovi pirati proprio nel Mare di Cina e nell’Oceano Indiano, la protagonista si premura di garantire la salvezza e il rispetto di donne e bambini fatti prigionieri. Così, silenziosamente, la cattività è accettata come per incanto, quasi non fosse altro che una dimensione sospesa tra un momento e un altro della vita; così è possibile che un gruppo di bambini si emozioni ascoltando il racconto del nostromo pirata; e che la serva della protagonista, un tempo la preferita del mandarino, dimentichi il passato e abbracci il presente. Olmi ha voluto affidare proprio a quest’ultima la chiave dello scioglimento del dramma, quasi a dimostrare, attraverso questo personaggio, che il male può essere superato, la vita continua al di là degli eventi negativi e può portare a scenari inaspettati e forse migliori di quelli iniziali. Così, la flotta imperiale, inviata per eliminare le tre giunche dell’eroina, pur armata fino ai denti, non dà battaglia, ma affida a una miriade di aquiloni un messaggio per lei: un messaggio di perdono, di riconciliazione, in cui l’odio trova la sua catarsi, e la protagonista, finalmente, la pace dal tormento della perdita dell’amato. Come dire che, al di là dell’odio e del male di un momento, si può ritrovare la serenità per un gesto di semplice gentilezza; una gentilezza che, nelle vicende umane, può avere mille forme. E questo vale soprattutto per i governanti, che, pare di leggere nelle immagini, recentemente si sono spesso resi promotori o partecipi di scelte poco attente alla pace, anche quando, forse, questa avrebbe potuto perseguirsi sacrificando niente più che uno sterile orgoglio. Non importa se dalla prima scena vediamo perpetrare assalti alla popolazione inerme; ciò costituisce obiter dictum, fictio scenica che fa da penombra al vero nodo focale della riflessione di Olmi: il tema della guerra, del mestiere delle armi. C’è chi lotta a viso aperto, chi conduce la propria vita nell’alveo dell’onore e dei sentimenti – pur rappresentato nelle vesti della violenza – e ha il coraggio di affrontare il proprio destino, qualunque sia; e c’è chi tale valore non ha, come i commercianti assassini, che si servono dell’inganno per seguire le vie delle proprie opportunità. C’è un tempo per prendere in mano le armi, e un tempo per il perdono. L’universalità di questo monito senza tempo è sottolineata dalla sovrapposizione del piano della vicenda narrata con quello attuale: le avventure della protagonista, infatti, si compenetrano con alcuni momenti di attualità, che vedono un ragazzo, nella Cina odierna, ritrovarsi per errore in una casa chiusa, dove si narra la nostra storia, e di abbandonarvisi. Un’unione inestricabile, che ritrae, negli occhi smarriti del giovane, lo spettatore, invitato a lasciarsi andare al ruscello della narrazione. Il resto è pura poesia.
Alessandro Morini www.centraldocinema.it
